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Fare le scarpe all’arte

venerdì, maggio 27th, 2011

L’artista che usa il fil di ferro come "filo della memoria"
A Cesena le `patocche’ di Spinosi

Prosegue presso la Galleria Comunale del Palazzo del Ridotto di Cesena, fino al 3 giugno, la personale di Graziano Spinosi. Frutto delle più recenti ricerche, l’esposizione si muove anche attraverso le vie e le piazze della città, divenuta, per l’occasione, contenitore delle grandi sculture in ferro dell’artista. Dopo avere trascorso l’infanzia in Romagna, Spinosi compie la formazione artistica nella Bologna fine anni Settanta. Del 1992 è il suo trasferimento a Roma, in via degli Ausoni, sede del noto atelier Cerere, ex-pastificio e luogo di incontro di numerosi artisti del momento. L’interesse nei confronti della materia di scarto e di recupero, l’impiego di resine acriliche, vetroresina, poliuretanici e siliconici, avvicina l’artista alla dimensione plastica, oltrepassando, così, il limite della divisione fra pittura e scultura. "Le mie opere nascono per emanazione, come capita ai bambini quando giocano al mare con la sabbia – racconta Graziano Spinosi – Lo studio in cui lavoro è un luogo pieno di strumenti e materiali, dove avviene un interscambio di energie" "Non posso parlare della differenza fra pittura e scultura – continua l’artista – lavoro, in ogni caso, per sottrazione". E’ l’estrema purificazione della forma, è l’annullamento, volutamente esplicito, del colore. Immagini da ascoltare, linee melodiche da percepire, esperienze frammentarie di un percorso artistico e spirituale iniziato circa un anno fa con "Foresta", il grande gruppo scultoreo collocato davanti al Duomo della città.
"È un lavoro sulla verticalità, le stelle, il gotico – afferma l’artista – Vorrei provocare nel visitatore uno sguardo verso l’alto, la volta celeste, l’invito a una sosta". Da queste costruzioni architettoniche, spazi di laica sacralità, l’artista tesse, filo per filo, l’intero lavoro: dai tribali Nidi al ciclo intitolato Wire. "I nidi sono terra, fango caldo e pelle – continua Spinosi – Sono case sospese come palafitte. I quadri, fatti con lo stesso filo, vorrei fossero musica. E’ un’energia che non vuole avere fine, è la nostalgia dell’orizzonte". "Il ferro è un materiale adatto a raccontare, essendo elemento primario o primordiale e contemporaneo". Il filo di ferro, come filo della memoria, ci riconduce all’infanzia, trascorsa a Gambettola, fra le enormi montagne di ferro vecchio. "Era la furtiva intrusione nel mondo degli adulti – sottolinea Graziano Spinosi – così la pratica dell’arte è, spesso, la furtiva intrusione nel mondo dell’infanzia". E ai grandi maestri del passato, al loro struggente ricordo, l’artista dedica un ciclo di opere, esposte nel foyer del Teatro Comunale Alessandro Bonci, intitolate "patocche". Dalle patocche di Artemisia Gentileschi in filo spinato, simbolo dell’amore violato, a quelle terrose di Van Gogh, dal cemento armato di Le Corbusier alla schiuma poliuretanica blu di Klein. Attraverso la scarpa, la "sporgenza" dell’artista, Spinosi rende omaggio all’insegnamento e alla disciplina dell’arte.

Silvia Paccassoni ·  La Voce di Rimini · 26 aprile 2001