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Sabrina Foschini · L’opera di Graziano Spinosi

venerdì, aprile 9th, 1993

Sabrina Foschini
L’opera di Graziano Spinosi

Galleria Ex Pescheria · Cesena

27 marzo · 18 aprile 1993

Manifesto della mostra

In quella che era l’antica Pescheria Graziano appende ora alle pareti le sue "aringhe salate", le sue sculture che affiorano per metà dal muro, quasi a pelo dell’acqua, tagliando la parte sommersa. Egli procede generalmente per cicli o comunque per serie limitate che si sviluppano attorno ad un’idea portante di catalogazione e regesto, non importa quanto preciso e diligente. Le sculture costituite da una stratificazione di differenti materiali, quasi sedimentati attorno ad un’idea sognata di Forma hanno una comune sorte di identificazione nella pelle che le riveste. La loro anima è esterna, rovesciata, "superficiale" e allo stesso modo sembra caratterizzare tutto ciò che l’artista tocca come un re Mida dalla corona di ghiaccio. Fanno un bagno nella polvere e negli anni, s’impregnano di una glassa grigio-zuccherosa fatta di un impasto di garze, cere, unguenti, rubato alla cucina-fucina di un alchimista o di un imbalsamatore. In tal modo Graziano arriva ad annullare la carnalità dell’oggetto, la sua consistenza, il colore, il calore, il tatto, per rivestirlo di quella guaina che dandogli nuovi sensi, ne cambia i connotati. È la storia di Marsia rovesciata, una vestizione che è però il contrario del dare la vita, è una mummificazione, una negazione, una glaciazione che frena le membra, argina il movimento, trattiene il pensiero. Non a caso molti dei suoi lavori hanno per tema l’impotenza, il fallimento di una naturale esplicazione pratica. Ad esempio la serie dei "sensi" negati, dove tatto, gusto, vista, udito, olfatto, perdono la loro propria funzione costellati da diversi impedimenti che ne ostacolano la percezione. Cosi rimangono grandi simulacri e sterili depositari delle sensazioni che hanno chiuso in sé e che da sole si alimentano, originandosi dall’interno senza trovare via d’uscita in un narcisistico e crudele godere di se stessi o non godere affatto. Oppure nella serie dei libri blindati, ostruiti, sigillati, occlusi che conservano intatta e inaccessibile la loro storia, la loro verità o altrimenti il vuoto contenuto con un bluff che non può comunque essere svelato. BELLA CIAO esposta anche in questa occasione, è un’opera che si sviluppa nelle sue possibili e molteplici incarnazioni e propone con il saluto scanzonato e triste del titolo, una rivisitazione del viaggio, e nella sua accezione più alta della vita, attraverso l’evocazione dei geni che ne governano e stabiliscono le tappe e precisamente: il genio del viaggio, dell’amore, del gioco, dell’orizzonte, della guerra, dell’attesa e della morte. Il viaggio in questo caso è un’allegoria immobile, in quanto non è visto nella sua valenza di movimento e spostamento ma nell’attimo emblematico della sosta. È un’odissea personale dove non si approda che per ripartire. I geni rimbalzano la palla o meglio il viaggiatore l’uno all’altro e tengono gli occhi serrati su quanto gli succede, cuciti e grigi come le anime in penitenza del purgatorio dantesco. Anche le imponenti NATURE MORTE  (e qui la parola "morte" è d’obbligo) adagiate sopra pilastri o piedistalli poderosi, sembrano ibernate in un sonno cinerino da scavi pompeiani, non già come le opere d’arte riesumate, ma come i corpi fossilizzati, i reperti stessi della tragedia e sembrano addirittura essere calco del loro proprio sonno. Per quanto riguarda i quadri al contrario, loro elemento propiziatorio e originante è l’ironia sapiente che li segna e li solca seguendo la linea incisa del disegno. Questo fa pensare che inconsciamente sia portato a suddividere il campo della Tragedia e della Commedia entro i confini precisi dei due differenti generi artistici. I quadri sono appunto grandi e pesanti stendardi infantili atti a sbandierare una cocciuta fanciullezza trentennale, dal graffito vibrante arginato però in un’accorata griglia geometrica, che restituisce una parvenza rigorosa all’oggetto rappresentato. I fondali di tali dipinti, si direbbero sinopie "strappate" di primitivi affreschi e in effetti hanno una superficie scabra, come d’intonaco e calce e incisioni di frasi maccheroniche che percorrendo la lunghezza del dipinto come didascalie, ne liberano ad un tempo la voce, fissandola immobile subito dopo, nella loro fitta trama grafica. In conclusione, tornando alle sculture, possiamo dire che per ora Graziano ci ha dato gli involucri, le crisalidi, sovrapponendo alle cose e alle forme uno strato d’imperturbabile "pralinatura". Il nostro inconfessato desiderio, rimane quello di sezionare idealmente scavare, oggetti e personaggi, in modo da scoprirne il meccanismo interno e l’organica consistenza… La statua preziosa del "Principe felice", costretto dopo la morte ad assistere ai mali del mondo, conteneva un cuore di piombo, capace di spezzarsi.