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Non solo pubblicità: consigli per acquisti da fare ad arte

venerdì, agosto 5th, 2011

Oggetti di uso quotidiano trasformati in opere.
Con titoli nati da giochi di parole su spot e marche.
A Siena va in mostra il nostro immaginario collettivo.
Provocazioni? No, capolavori molto quotati.

Consigli per gli acquisti fuori dagli schemi. Pompelmi che non si mangiano né si spremono, fatti come sono da pompe+elmi (titolo che è un gioco di parole colorato di giallo); Candyde, una "y" al posto della "j" usata da Voltaire per un assemblaggio di lavatrici Candy, chewing-gum profumato di fragola che non si mastica ma finisce come tessera di mosaico a formare facce e personaggi; Arbre Magique, l’abete profumante, che non si può più appendere allo specchietto dell’auto, perché è tornato a fare il suo mestiere, nella foresta. Sono solo alcuni degli esempi più divertenti e provocatori delle opere d’arte (quotazioni di mercato da un minimo di 1500 euro a una media di 5000 e anche di più) esposte a Siena per Ipermercati dell’arte, il consumo rappresentato, contestato a cura di Omar Calabrese (da domani al 9 gennaio, con la collaborazione di Achille Bonito Oliva, François Burckhardt, Laurent Busine, Max Hollein. Catalogo Silvana Editoriale).

Se siete tra quelli che passano il sabato e la domenica concentrati nella spesa intelligente, tra i banconi dei supermercati, leggendo prezzi e date di scadenza, prendetevi una vacanza, fate una sosta. Dirigetevi verso Siena e riflettete con ironia sul legame quasi filiale che si avvince alla pubblicità. Siamo cresciuti a pane e spot, comunichiamo con tempi delle interruzioni pubblicitarie, beviamo e ci viene il sospetto che potremmo saltare leggeri come piume; prepariamo uno spaghetto e ci chiediamo se siamo a casa nostra o in Giappone, non ci facciamo un Crodino da anni ma ogni tanto ci sembra di aver visto un gorilla entrare al bar. Fossimo artisti, avessimo una creatività da sfogare saremmo anche noi tra i nomi di spicco dell’antologica senese: quarant’anni di giochi artistici ispirati dai prodotti che consumiamo. «Ho pensato a questa mostra per due anni e mezzo», racconta Omar Calabrese, «A dicembre lo schema era pronto: riunire insieme creazioni e installazioni delle migliori firme, italiane e straniere, che negli ultimi quarant’anni hanno rielaborato gli oggetti di consumo di massa. Lo scopo? far riflettere, ma in allegria. La pubblicità anestetizza, addormenta, placa. Noi, con l’aiuto dell’arte, vorremmo fare aprire gli occhi a chi li tiene volutamente chiusi. Partiamo da una frase di Friedrich Nietzsche: "Qui vedrete cose banali che vi parlano di cose inaudite", proseguiamo con un’altra di Salvador Dalí: «In questo mondo anche la merda può passare purché sia carina", tenute insieme dal "compro dunque sono", dell’artista americana Barbara Kruger ["I shop, therefore I am"]».
Distribuite tra Palazzo Pubblico, Palazzo delle Papesse, Santa Maria della Scala le 150 opere vanno viste a distanza ravvicinata. «È importante leggere il titolo di ogni opera, perché gli artisti giocano con le parole come farebbe Umberto Eco. Sono un po’ artigiani e un po’semiologi» Oltre ai Pompelmi di Vittorio Brocadello, al Candyde di Silvio Pasotti, anche il Margigiano reggiano di Claudio Maccari, una forma di parmigiano realizzata a mano in marmo, la Poesia Maccheronica di Claudio Francia che su maccheroni fissati su tela scrive versi in libertà. Egli di Adriano Tetti con caratteri di Esso, la benzina Exxson, tradotta per assonanza senza che mai nessuno, dopo oltre mezzo secolo, abbia mai pensato che stava facendo il pieno con Egli.
E ancora Giovanni Albanese, che crea tubetti di melanina e anti-melanina per diventare bianchi (Michael Jackson) o neri (Nino Ferrer, Vorrei la pelle nera). Gente che lavora con materiali insoliti in officine gigantesce, piene di macchinari per tagliare il ferro, lavorare la plastica, piegare il neon: gente che sperimenta solo dopo aver disegnato su carta il modello da realizzare. Molti lavorano come pubblicitari, alcuni come designer, vivono di contratti con le industrie, con le società di pubblicità che studiano slogan per il cliente di cui conoscono lo stile di vita e le possibilità economiche. Ogni tanto però tutti loro mettono la testa fuori dal circuito, respirano un po’ di ironia, si interrogano: «Viviamo per comprare o compriamo per vivere?». Una generazione di artisti buonisti che non rompono le fila, non tirano uova marce e pomodori al padrone, ma si fanno una risata liberatoria e cercano di far sorridere anche noi, in un tranquillo weekend sottratto all’economia domestica. «Ho un solo rimpianto: l’assenza di Kounellis, impiegato nella grande mostra di Atene», confessa Calabrese, altrimenti non manca nessuno: Claes Oldenburg, Andy Warhol, Paul Davis, Mimmo Rotella, Giacomo Manzù, Arman, César, Nam June Paik, Mimmo Paladino, Piero Manzoni, Vettor Pisani, Christo, Tony Cragg, Fabrizio Plesi, Daniel Spoerri, Wolf Vostell, George Brecht, Aldo Mondino, Ben Vautier e moltissimi altri. Più i pezzi realizzati per l’esposizione, (Antonio Miralda, Vedovamazzei, Michel François, Braco Dimitrijević, Minerva Cuevas, Fabrizio Plessi).

Rossella Sleiter ·  L’Espresso · 2004


Vi faccio le scarpe

lunedì, gennaio 23rd, 1995


Due mostre, a Roma e a Lignano, celebrano le calzature. D’autore.

Negli ultimi anni, le scarpe di strada ne hanno fatta davvero tanta. Alcuni modelli sono diventati degli ambiti status symbol; altri, magari con un bel buco sulla suola, sono diventati protagonisti di campagne pubblicitarie, mezzi di comunicazione a tutti gli effetti. E ricordate Nanni Moretti nel suo film "Bianca"? A un certo punto Michele (l’alter ego di Moretti) comincia a decifrare animo e comportamenti di chi gli sta intorno attraverso un’accurata indagine delle scarpe che indossa. Ma ora c’è una novità che fa fare alle scarpe l’ingresso nel salotto buono dell’arte. Si, perché chi l’ha detto che la storia dell’arte debba essere per forza un esercizio che richiede fatica, serietà e rigore filologico? Si può anche raccontarla attraverso un’iconografia delle scarpe. Scarpe, pantofole, ma anche "patocche". L’idea è venuta in mente a Graziano Spinosi, giovane artista romagnolo trapiantato a Roma, che non solo ha una passione un po’ feticista per le estremità ma anche la fissazione di immaginarsi l’artista sempre ben piantato per terra. Dunque, con un bel paio di scarpe ai piedi. Ora le sue "patocche" (così le chiama Spinosi) vanno in mostra a Roma (26 maggio-10 luglio), alla galleria Il Segno diretta da Francesca Antonini e Angelica Savinio, e commentate da un eccentrico della penna Stefano Benni. In primo piano, una ventina di paia di scarpe, tutte da Spinosi e dedicate ad altrettanti artisti celebri: da Giotto e Piero della Francesca fino a Yves Klein e Pino Pascali, passando per Beuys e Picasso. «Doppia protesi sintetica, presa a vegetali o animali, spesso identificata con un numero d’ordine…», con queste parole Benni nobilita le scarpe di Spinosi che ama lavorare con materiali poveri, come ferro, rame, carta, paglia e raffia, «per fare grazie a loro», dice l’artista, «un ritratto ai maestri che ho amato di più». Per Artemisia Gentileschi quindi, la pittrice romana del Seicento che prediligeva tonalità forti e aspre, un bel paio di sandali in filo spinato. Scarpe con carta di sacchi di farina per l’antesignano del minimalismo Pietro Manzoni. Terra e paglia per i piedi tormentati del tormentatissimo Van Gogh. Scarpe-caramelle cubiste per Picasso; calzari austeri in lamiere di ferro per il concettuale Beuys; elegante metallo sagomato in omaggio all’eleganza surreale di Savinio e due belle spugne blu per il pittore che ha inventato il "blu alla Klein".

Adriana Polveroni · L’Espresso · 27 maggio 1994