Oggi alle Logge dei Balestrieri di San Marino
la personale dello scultore
Le varie esperienze creative unite
dall’uso del tondino di ferro
Graziano Spinosi è un artista "fuori contesto", nel senso che proprio nel momento in cui si sente dichiarare pressoché universalmente la volontà di tradire e mischiare generi e statuti per farli confluire in un unico linguaggio "nuovo", lui rialza gli antichi steccati tra i generi, magari spostando più in là i confini tra pittura e scultura, transitando indifferentemente dall’una all’altra. Del quarantaquattrenne artista, che vive e lavora a Santarcangelo, oggi, alle 17.30, nelle suggestive Logge dei Balestrieri della Repubblica di San Marino, si inaugura una ampia esposizione di opere recenti. Spinosi ha elaborato un suo personale linguaggio espressivo che, passando dalla bidimensionalità alla tridimensionalità, sperimenta continue contaminazioni ed esplorazioni. Le varie esperienze sono tuttavia unite da un tratto distintivo: l’uso del tondino di ferro il cui utilizzo, e soprattutto il modo con cui viene impiegato, costituisce la cifra stilistica dell’artista. Con questo filo, amalgamato all’intonaco, Spinosi manipola una materia nuda e armata allo stesso tempo. Il filo ha una struttura sua propria, ortodossa alle leggi statiche, e a un tempo grafia (particolarmente evidente nelle opere a parete della serie Wire); l’intonaco ha una sua concretezza opaca, asperità, imperfezioni. Filo di ferro e intonaco sono elementi entrambi inestetici con cui Spinosi lavora per ridare forma alla materia e invadere lo spazio con sculture che nella loro primitività palesano una compostezza severa, quasi ascetica. Per questo motivo, al contrario, per esempio, dei minimalisti americani che ci pongono di fronte al mistero della materia senza commenti, Spinosi di questa vuole mostrare la tensione del corpo plastico, quella specie di volontà interna alle cose che tende alla perfezione della forma. È il caso dei Nidi, sculture che si offrono oltre che allo sguardo, a un desiderio emotivo, proiettivo, tattile. Sono gonfiori, ventri, forme, a volte gigantesche, di materia all’apparenza porosa, come a Voler significare il respiro, una vitalità segreta, pulsante. Sono perciò forme inquiete, evocanti corpi che sintetizzano i desideri inconfessati, le ansie nascoste. Sostenute da grandi gambe che s’inarcano, sospese tra passato e futuro, sono presenze forti e tangibili nello spazio che non si attardano su frigidi formalismi, tra l’improduttivo gusto del vuoto e il cattivo gusto del surplus. Di fronte a queste opere, che rimandano alla Madonna del Parto di Piero della Francesca, si vive una dimensione di contemplazione e di meditazione. Sono lavori che nello spazio assumono quasi un valore sacrale, come a voler sollecitare la capacità di recuperare una dimensione autentica, sospesa tra la forma e l’allusività corporea. In Spinosi, cioè, vi è infatti da un lato un’accurata preoccupazione formale, la fattura impersonale, l’autonomia dell’oggetto in sé compiuto, la trattazione di aspetti intimamente plastici; dall’altro lato vi è invece l’indagine dei motivi, dell’equivocità come principio operativo, del dubbio come metodo di indagine e di ricerca.
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Giancarlo Papi · Il Corriere di Rimini · 1 giugno 2002
