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Il consumo dell’arte

venerdì, agosto 5th, 2011

Dalla Pop Art ai giorni nostri: quarant’anni di
"oggetti" artistici presi in prestito dai supermercati.

Una grande mostra a Siena, dove i protagonisti sono abiti, lampadine, bottiglie e merci varie…

A volte i sogni si realizzano, basta una sigaretta fumata al momento giusto e una scatola di fiammiferi. Non una qualunque certo, ma una scatola che riproduca sulla confezione una poesia, e allora, si, è un concerto di emozioni: il cerino si infiamma, le labbra filtrano una boccata di fumo e gli occhi si immergono nella bellezza incendiaria dei versi. Illuminazione totale, rinascita. E si capisce anche che un sogno così possa averlo fatto un uomo straordinario come Majakovskij, in un’epoca straordinaria, l’inizio del Novecento, in cui gli artisti e gli oggetti di consumo si guardavano ancora con reciproca curiosità, sfidandosi alla pari, nel desiderio comune, di rivoluzionare il mondo. Era infatti l’artista a reinventare l’oggetto e a nobilitarlo: un orinatoio trasformato in fontana, una ruota di bicicletta che gira a vuoto e un vetro in frantumi che assorbe la polvere e racconta, come suggerisce Marcel Duchamp, di astronavi e deserti fantastici. Ma appunto, il vetro è già in frantumi. Basta poco e l’incanto si rompe, squilibrio di forze e il gioco cambia. E si fa duro, molto duro, come racconta la splendida mostra «Ipermercati dell’arte», aperta fino al 9 gennaio a Siena e curato da Omar Calabrese, in collaborazione con Achille Bonito Oliva, quindi François Burckhardt, già direttore del Centre Pompidou di Parigi, Laurent Busine, alla guida del Muso del Grand Hornu, e Max Hollein, responsabile del Museo Shaarja di Francoforte.

Non solo Andy Warhol. Di pari prestigio le opere esposte, 150 firmate da nomi noti e giovani talenti, da Andy Warhol a Joseph Beuys, da Piero Manzoni a Mimmo Rotella, quindi Christo, César, Jiri Kolar, Nam June Paik, Aldo Mondino, Barbara Kruger, Maddalena Ambrosio e a sorpresa anche Oliviero Toscani. Ma soprattutto prestigiose e illuminanti sono le sedi della mostra, ben tre. Un numero non a caso, segno minimo della stabilità per sopportare il peso degli ultimi quarant’anni di produzione artistica internazionale, e dicendo «produzione» siamo già vittime del sistema e del suo linguaggio da industria pesante. Ma ad aiutarci a rientrare in noi e a capire il senso storico di ciò che abbiamo davanti agli occhi interviene la bellezza antica e saggia dei centri espositivi: i Magazzini del Sale, il Palazzo delle Papesse, e il complesso di Santa Maria della Scala, appena restaurato, meta che di per sé vale un viaggio a Siena. Il perché di questo triumvirato espositivo è presto detto. Ogni sede infatti rappresenta un modo diverso di confrontarsi con il linguaggio e gli oggetti della cultura di massa: dialogo, ironia, contestazione.

Laura Leonelli · Grazia eventi · 2004