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G. Papi · Il ventre pulsante della vita e dell’arte

venerdì, agosto 5th, 2011

GIANCARLO PAPI
Repubblica di San Marino
Logge dei Balestrieri

1 · 30 giugno 2002

 

Catalogo della mostra

Il ventre pulsante della vita e dell’arte

Quando la mano dello scultore cominciò, molto tempo fa, ad essere presente non solo con la genialità del tocco, ma anche con il duro lavoro del fare e del rifinire, il terreno sparì da sotto i piedi, non più di argilla, della scultura. Alle voci isolate, per dire, di Gabo, di Gonzales e di Archipenko, si unì presto un coro internazionale. Se la scultura aveva già allora cominciato a divenire spazio, con Calder abbandonò la terra, e il nuovo problema, condiviso dall’architettura, diventò quello di mantenere le ambite levità senza perdere i grandi effetti degli antichi, solidi monumenti.I nuovi maestri del metallo e dello spazio provvidero a fornire le risposte, ed è nel clima delle loro opere che nasce, prende corpo e si sviluppa il lavoro di Graziano Spinosi, un artista appartato, “fuori contesto”, nel senso che proprio nel momento in cui si sente dichiarare pressoché universalmente la volontà di tradire e mischiare generi e statuti per farli confluire in un unico linguaggio “nuovo”, lui rialza gli antichi steccati tra i generi, magari spostando più in là i confini tra pittura e scultura, transitando indifferentemente dall’una all’altra. L’operazione è imprescindibile per il suo lavoro, perché possa essere ancora possibile un nuovo operare plastico, un senso artigianale di fare scultura dopo le esperienze recenti e meno recenti. Le soluzioni minimaliste, concettuali, ambientali, poveriste, di land art, di body art, tutte più o meno implicate con la scultura, ne negavano tuttavia, ognuna, un assunto specifico per immettervi differenti motivazioni attinte da altri linguaggi. Ne conseguiva una sostanziale ambiguità che Spinosi, invece, ha superato assumendo totalmente lo statuto della plastica, lavorando con le mani, come risulta dalla felice, dolce e sensuale manipolazione di una materia nuda e armata allo stesso tempo. Si tratta del filo di ferro e dell’intonaco. Il primo ha struttura propria, ortodossa alle leggi statiche, e a un tempo grafia, tentazione demateriante; il secondo ha una sua concretezza opaca, asperità, imperfezioni. Elementi inestetici su cui Spinosi punta per ridare forma e significato alla materia. È una visione quindi, la sua, costruttiva e lucida, scaturita da un impianto non sempre esibito, che non genera mai un effetto greve, ma piuttosto di solidità dove ciascun tondino di ferro è efficacemente raccordato ed agganciato con il suo prossimo e amalgamato con l’intonaco. È da questi materiali che Spinosi ottiene gonfiori, ventri, come fossero forme gigantesche generate dalla terra e sempre fecondi. Sono, quelle di Spinosi, sculture “intime” che si offrono, oltre che allo sguardo, a un desiderio emotivo, proiettivo, tattile. Sono sacche-serbatoi di materia all’apparenza porosa, come a voler significare il respiro, una vitalità segreta, pulsante. Sono perciò forme inquiete, evocanti corpi che sintetizzano i desideri inconfessati, le ansie nascoste. Sostenute da grandi gambe che si inarcano, sospese tra passato e futuro, sono presenze forti e tangibili nello spazio, che non si attardano su frigidi formalismi, tra l’improduttivo gusto del vuoto e il cattivo gusto del surplus. Nella loro primitività hanno una compostezza severa, quasi ascetica nella loro eleganza solenne. Per questo motivo, al contrario, per esempio, dei minimalisti americani, che ci pongono di fronte al mistero della materia senza commenti, Spinosi di questa vuole mostrare la tensione del corpo plastico, quella specie di volontà interna alle cose che vuole tendere alla perfezione della forma, in una specie di neoplatonismo di cui la scultura, specialmente quella europea, è così spesso debitrice.In questo percorso, che come ogni percorso di conoscenza, è anche un percorso ascetico – cioè di ascensione – Spinosi riesce con i suoi Nidi a far sì che le leggere, deboli, disarmate virtù contemplative dello Zen entrino in simbiosi, in collaborazione con la pesantezza del ferro e la resistenza dell’intonaco. Di fronte a queste opere si vive una dimensione di contemplazione, di meditazione e in una società quale è la nostra, dominata dai simulacri, dall’autoreferenzialità, dall’iperattivismo, quella che riesce a creare Spinosi con le sue sculture, ci parla del Nido come luogo di protezione continuamente insidiato dalla vita quotidiana. Il nido diventa allora un’icona vivida, assume una fisicità prepotente, è il simbolo dell’impossibilità di abitare la vita in modo definitivo. Tuttavia, nonostante le minacce incombenti, esso si rivela anche luogo delle memorie, che qui si raccolgono e sedimentano, indicando la via verso l’atemporale.I lavori più recenti di Spinosi sottolineano l’assenza come vertigine indistinta e profonda, il vuoto come grembo vitale, femminilità ospitante, al limite con l’emozione della maternità, che non è chiusura, preservazione di un segreto, ma piacere del contenere e del ricevere ponendo l’accento sul ritmo dell’esistenza. Queste opere, che rimandano alla Madonna del Parto di Piero della Francesca, nello spazio assumono quasi un valore sacrale, come a voler sollecitare la capacità di recuperare una dimensione autentica, sospesa tra la forma pura e l’allusività corporea. Spinosi, cioè, alla poetica “fredda” dell’oggetto minimalista preferisce la suggestione “calda” di un riferimento mimetico dal doppio senso iconografico. Da un lato vi è infatti un’accurata preoccupazione formale, la fattura impersonale, l’autonomia dell’oggetto in sé compiuto, la trattazione di aspetti intimamente plastici; dall’altro lato vi è invece l’indagine dei motivi, dell’equivocità come principio operativo, del dubbio come metodo di indagine e di ricerca. Così che, diversamente da tanti “nuovi” scultori che esaltano la flagranza oggettiva dell’entità primaria della materia metallica, in Spinosi si delinea come sfida a neutralizzare, con la perizia degli antichi maestri fabbri e alchimisti, quelle proprietà di renitenza, inerzia, gravità che la materia ferrigna ostenta, opponendosi alla elementarità e leggerezza del gesto umano. In ciò, la sua volontà di concretezza ha l’umiltà di tutta la grande arte, segretamente ambiziosa, ma serenamente sottomessa all’impegno quotidiano, pur di giungere al risultato dell’opera.

Giancarlo Papi · Repubblica di San Marino · maggio 2002


Tra filo e intonaco l’antiestetica della materia

giovedì, agosto 4th, 2011


Oggi alle Logge dei Balestrieri di San Marino
la personale dello scultore

Le varie esperienze creative unite
dall’uso del tondino di ferro

Graziano Spinosi è un artista "fuori contesto", nel senso che proprio nel momento in cui si sente dichiarare pressoché universalmente la volontà di tradire e mischiare generi e statuti per farli confluire in un unico linguaggio "nuovo", lui rialza gli antichi steccati tra i generi, magari spostando più in là i confini tra pittura e scultura, transitando indifferentemente dall’una all’altra. Del quarantaquattrenne artista, che vive e lavora a Santarcangelo, oggi, alle 17.30, nelle suggestive Logge dei Balestrieri della Repubblica di San Marino, si inaugura una ampia esposizione di opere recenti. Spinosi ha elaborato un suo personale linguaggio espressivo che, passando dalla bidimensionalità alla tridimensionalità, sperimenta continue contaminazioni ed esplorazioni. Le varie esperienze sono tuttavia unite da un tratto distintivo: l’uso del tondino di ferro il cui utilizzo, e soprattutto il modo con cui viene impiegato, costituisce la cifra stilistica dell’artista. Con questo filo, amalgamato all’intonaco, Spinosi manipola una materia nuda e armata allo stesso tempo. Il filo ha una struttura sua propria, ortodossa alle leggi statiche, e a un tempo grafia (particolarmente evidente nelle opere a parete della serie Wire); l’intonaco ha una sua concretezza opaca, asperità, imperfezioni. Filo di ferro e intonaco sono elementi entrambi inestetici con cui Spinosi lavora per ridare forma alla materia e invadere lo spazio con sculture che nella loro primitività palesano una compostezza severa, quasi ascetica. Per questo motivo, al contrario, per esempio, dei minimalisti americani che ci pongono di fronte al mistero della materia senza commenti, Spinosi di questa vuole mostrare la tensione del corpo plastico, quella specie di volontà interna alle cose che tende alla perfezione della forma. È il caso dei Nidi, sculture che si offrono oltre che allo sguardo, a un desiderio emotivo, proiettivo, tattile. Sono gonfiori, ventri, forme, a volte gigantesche, di materia all’apparenza porosa, come a Voler significare il respiro, una vitalità segreta, pulsante. Sono perciò forme inquiete, evocanti corpi che sintetizzano i desideri inconfessati, le ansie nascoste. Sostenute da grandi gambe che s’inarcano, sospese tra passato e futuro, sono presenze forti e tangibili nello spazio che non si attardano su frigidi formalismi, tra l’improduttivo gusto del vuoto e il cattivo gusto del surplus. Di fronte a queste opere, che rimandano alla Madonna del Parto di Piero della Francesca, si vive una dimensione di contemplazione e di meditazione. Sono lavori che nello spazio assumono quasi un valore sacrale, come a voler sollecitare la capacità di recuperare una dimensione autentica, sospesa tra la forma e l’allusività corporea. In Spinosi, cioè, vi è infatti da un lato un’accurata preoccupazione formale, la fattura impersonale, l’autonomia dell’oggetto in sé compiuto, la trattazione di aspetti intimamente plastici; dall’altro lato vi è invece l’indagine dei motivi, dell’equivocità come principio operativo, del dubbio come metodo di indagine e di ricerca.
Apertura fino al 30 giugno, tutti i giorni escluso il lunedì dalle 13 alle 19

Giancarlo Papi · Il Corriere di Rimini · 1 giugno 2002


Spinosi, l’assenza come vertigine profonda

giovedì, agosto 4th, 2011


Si inaugura sabato la mostra dello scultore santarcangiolese

CESENA -  Koan, nel pensiero Zen, significa "cantare insieme"; l’espressione allude all’armonia universale, all’esperienza dell’annullamento dell’anima nel cosmo. Di fronte alle opere recenti di Graziano Spinosi, si avverte la medesima sensazione. Da sabato (inaugurazione ore 17) sono in mostra a Cesena, dislocate tra la Galleria comunale d’arte e piazza Pia e ciò permetterà di prendere visione del lavoro di uno scultore appartato, schivo, ma dalla sorprendenti capacità evocative.
Spinosi ha elaborato un suo personale linguaggio con il quale transita dalla pittura alla scultura, dalla bidimensionalità alla tridimensionalità passando frequentemente da una pratica all’altra con continue contaminazioni ed esplorazioni reciproche. L’una e l’altra esperienza sono tuttavia unite da un tratto distintivo: l’uso del tondino di ferro il cui utilizzo, e soprattutto il modo con cui viene utilizzato, costituisce la cifra stilistica dell’artista di Santarcangelo.
A proposito, per esempio, delle opera a parete intitolate Wire, Arnaldo Romani Brizzi afferma in catalogo (Federico Motta Editore) che "sono quasi una partitura musicale settecentesca" in cui "qualche volta, e cromaticamente, può intervenire una suggestione di ruggine, ma è questione di grammatura, una semplice corda vibrante, come un’arpa eolica. Se poi il filo diviene barra, la musica diventa pianistica, netta, un po’ altisonante, ma di perfetta quadratura".
Con questo filo Spinosi invade poi intensamente lo spazio con sculture che acquistano una consistenza tale da ridefinire le relazioni ambientali, facendogli assumere nella loro primitività una compostezza severa, quasi ascetica. E’ il caso de I nidi che palesano l’eleganza solenne. L’idea del nido come asilo, protezione, è continuamente insidiata dalla vita quotidiana e adombra i rischi insiti sin dalla nascita dell’uomo e il mondo (il nido come metafora della famiglia). La collocazione di alcuni di essi al centro di uno spazio ampio, monocromatico, permea l’ambiente di sottile inquietudine, comunica un senso di vertigine. Il nido diventa allora un’icona vivida, assume una fisicità prepotente, e il simbolo dell’impossibilità di abitare la vita in modo definitivo. Tuttavia, nonostante le minacce incombenti, essi si rivelano anche luogo delle memorie, che qui si raccolgono e sedimentano, indicando la via verso l’atemporale.
Ogni lavoro di Spinosi sottolinea l’assenza come vertigine indistinta e profonda, il vuoto come grembo vitale, pone l’accento sul ritmo dell’esistenza: non vi è approdo sicuro. La dimora è provvisoria, ma in ogni caso non diventa mai tana, sintomo di prigionia. Queste opere nello spazio assumono quasi un valore sacrale, come a voler sollecitare la capacità di recuperare una dimensione autentica. Come nell’opera Foresta, caratterizzata da una impronta di titanismo fabbrile, che rimanda al ruolo e alla necessità dell’arte quale mediatrice fra mente e materia, fra spirito e sostanza. Ciò viene esplicitamente enfatizzato dalle inusuali, grandi dimensioni dell’opera e della sua collocazione nello spazio, a terra. Qui lo spettatore può rivivere il tempo e lo spazio, il ritmo e l’energia, le condizioni cioè che hanno dato vita all’atto formale della sua realizzazione. Una realizzazione che si pone tra il favolistico e l’arcaico di cui Spinosi si nutre liberamente, poeticamente, per creare immagini vicine agli archetipi dell’inconscio collettivo.
Apertura fino al 3 giugno.

Giancarlo Papi · Il Corriere di Romagna · 6 aprile 2001