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I fili visibili di Spinosi che tracciano lo spazio

martedì, maggio 24th, 2011


Alla Galleria Comunale Palazzo Ridotto e al Teatro Bonci

CESENA — Parte da una ricerca sui materiali più disparati come la cera, la corda, il piombo, il vetroresina il percorso artistico di Graziano Spinosi. che si propone oggi in una mostra alla Galleria Comunale Palazzo Ridotto e al Foyer del Teatro Comunale Bonci (piazza Pia) con lavori di recente produzione. Nato nel 1958, Spinosi si è trasferito a Bologna nei 1976 per frequentare l’Accademia di Belle Arti seguendo i corsi di pittura di Concetto Pozzati, ma ha scelto come base operativa la provincia, seppure ricca di suggestioni culturali come può essere Santarcangelo di Romagna.
D’altra parte le suggestioni per le sue creazioni non si trovano nel mondo rutilante delle metropoli, ma piuttosto in una ricerca volta al ‘naturale’ e all’arte del passato, senza citazioni chiare ma con omaggi raffinati. I lavori presentati in questa mostra, alcuni di notevoli dimensioni, hanno titolo quali ‘Foresta’ o ‘nidi’, lasciando intendere al di là dell’apparenza dei materiali un’adesione alla natura. Sculture appunto che invadono in maniera incombente lo spazio, o lavori a parete che sembrano staccarsi dal supporto per cercare una loro identità tridimensionale.
In tutto il percorso appare un filo conduttore, reali fili metallici che costituiscono l’ossatura e la superficie delle opere. Materia che si plasma e si colora nelle mille sfumature dell’ossidazione; materiale per costruire le mille trame e le mille tracce che segnano la superficie.
L’esposizione, promossa dal Comune di Cesena e che rimarrà allestita fino al 3 giugno, è accompagnata da un catalogo, edito da Federico Motta, di oltre cento pagine contenente una ricca galleria di immagini fotografiche a colori, e i testi critici di Romano Brizzi e Romeo Casalini.

Paola Naldi · La Repubblica · 26 aprile 2001


Spinosi, l’assenza come vertigine profonda

mercoledì, maggio 4th, 2011


Si inaugura sabato la mostra dello scultore santarcangiolese

Koan, nel pensiero Zen, significa "cantare insieme"; l’espressione allude all’armonia universale, all’esperienza dell’annullamento dell’anima nel cosmo. Di fronte alle opere recenti di Graziano Spinosi, si avverte la medesima sensazione. Da sabato (inaugurazione ore 17) sono in mostra a Cesena, dislocate tra la Galleria comunale d’arte e piazza Pia e ciò permetterà di prendere visione del lavoro di uno scultore appartato, schivo, ma dalla sorprendenti capacità evocative.
Spinosi ha elaborato un suo personale linguaggio con il quale transita dalla pittura alla scultura, dalla bidimensionalità alla tridimensionalità passando frequentemente da una pratica all’altra con continue contaminazioni ed esplorazioni reciproche. L’una e l’altra esperienza sono tuttavia unite da un tratto distintivo: l’uso del tondino di ferro il cui utilizzo, e soprattutto il modo con cui viene utilizzato, costituisce la cifra stilistica dell’artista di Santarcangelo.
A proposito, per esempio, delle opera a parete intitolate Wire, Arnaldo Romani Brizzi afferma in catalogo (Federico Motta Editore) che "sono quasi una partitura musicale settecentesca" in cui "qualche volta, e cromaticamente, può intervenire una suggestione di ruggine, ma è questione di grammatura, una semplice corda vibrante, come un’arpa eolica. Se poi il filo diviene barra, la musica diventa pianistica, netta, un po’ altisonante, ma di perfetta quadratura".
Con questo filo Spinosi invade poi intensamente lo spazio con sculture che acquistano una consistenza tale da ridefinire le relazioni ambientali, facendogli assumere nella loro primitività una compostezza severa, quasi ascetica. E’ il caso de I nidi che palesano l’eleganza solenne. L’idea del nido come asilo, protezione, è continuamente insidiata dalla vita quotidiana e adombra i rischi insiti sin dalla nascita dell’uomo e il mondo (il nido come metafora della famiglia). La collocazione di alcuni di essi al centro di uno spazio ampio, monocromatico, permea l’ambiente di sottile inquietudine, comunica un senso di vertigine. Il nido diventa allora un’icona vivida, assume una fisicità prepotente, e il simbolo dell’impossibilità di abitare la vita in modo definitivo. Tuttavia, nonostante le minacce incombenti, essi si rivelano anche luogo delle memorie, che qui si raccolgono e sedimentano, indicando la via verso l’atemporale.
Ogni lavoro di Spinosi sottolinea l’assenza come vertigine indistinta e profonda, il vuoto come grembo vitale, pone l’accento sul ritmo dell’esistenza: non vi è approdo sicuro. La dimora è provvisoria, ma in ogni caso non diventa mai tana, sintomo di prigionia. Queste opere nello spazio assumono quasi un valore sacrale, come a voler sollecitare la capacità di recuperare una dimensione autentica. Come nell’opera Foresta, caratterizzata da una impronta di titanismo fabbrile, che rimanda al ruolo e alla necessità dell’arte quale mediatrice fra mente e materia, fra spirito e sostanza. Ciò viene esplicitamente enfatizzato dalle inusuali, grandi dimensioni dell’opera e della sua collocazione nello spazio, a terra. Qui lo spettatore può rivivere il tempo e lo spazio, il ritmo e l’energia, le condizioni cioè che hanno dato vita all’atto formale della sua realizzazione. Una realizzazione che si pone tra il favolistico e l’arcaico di cui Spinosi si nutre liberamente, poeticamente, per creare immagini vicine agli archetipi dell’inconscio collettivo.

Giancarlo Papi · Il Corriere di Romagna · 6 aprile 2001

Arnaldo Romani Brizzi · Dove il filo si tende

martedì, maggio 3rd, 2011


Arnaldo Romani Brizzi


Galleria Comunale Palazzo del Ridotto
Sala Morellini Teatro Comunale Alessandro Bonci
Piazza Pia

Cesena

7 aprile · 3 giugno 2001


CATALOGO CESENA

Catalogo della mostra

Dove il filo si tende

Quel che mi sembra di poter rilevare, in questo mondo tenuto insieme da un filo quasi magico, nelle sculture come nei quadri di Graziano Spinosi, è la traccia di un rapporto inesaurito con la memoria di sé e del proprio cuore. Inesaurito perché inesauribile: è l’origine, il cordone ombelicale, il legame d’affetti e parentale, ma anche il filo d’Arianna, la possibilità di una via di fuga verso la salvezza, il ritorno a casa. E quale sia davvero questa casa, se quella con tetto sotto cui vivere e dormire, o quella celeste, cui tutti faremo ritorno, non è dato sapere. Perché, poi, il filo diviene elemento costruttivo, ma costruttivo di un mistero formale, nel senso della forma che Spinosi dà alle sue sculture, opere, creature, figlie. Mistero che ti fa porre la domanda sull’origine di quelle forme, se nate dal lavoro di animali incantati, o dal pensiero segreto dell’uomo creatore. Far discendere il filo di Spinosi da qualsivoglia scuola informale non sarebbe del tutto pertinente, perché si definirebbe solo l’aspetto esteriore, non la sostanza, il cuore reale dell’opera, che è altro. Intendo dire che vi è un sentimento nel suo fare che prevarica tutte le soluzioni di superficie: i materiali utilizzati vibrano di una energia che smentisce nettamente ogni impostazione di apparente immobilità. Spinosi non vuole creare confusione. I Wire sono tessuti pettinati, non cardati: l’ordine sembra penetrare nell’informe, stabilirne la ritmica, chiara, definita, quasi una partitura musicale settecentesca. Qualche volta, e cromaticamente, può intervenire una suggestione di ruggine, ma è questione di grammatura, una semplice corda vibrante come un’arpa eolica. Se poi il filo diviene barra, la musica diventa pianistica, netta, un po’ altisonante, ma di perfetta quadratura. Questo filo, Spinosi, lo aveva in sé già da anni, se solo ci si riferisce a uno dei suoi Libri, l’uno o il due, del 1982. Non era filo di ferro, ma corda; eppure stabiliva la stessa ritmica visiva, l’uno in special modo, quel senso di pettinatura di cui dicevo. Anche dava, come il filo di ferro oggi dà, quel senso di attaccamento, desiderio di esclusiva e priorità, cordone ombelicale che non si vuole recidere se non costretti. Che è poi, credo, l’idea portante dei Nidi. Avevo detto casa, ma anche recipiente, e recipiente per eccellenza, ventre materno, marsupio, simbolo di un luogo dentro cui stare, o in cui starsene accucciati insieme. I Nidi si collocano alti, tentano lo slancio monumentale, ma conservano una intimità sorprendente, si tengono nel formato, si contengono in gambe che paiono rami alla ricerca di un luogo in cui impiantare radici, per sempre stare. A volte paiono pronti al parto, allo sgravamento da un peso contenuto con armonia.La traccia della mano è quasi assente; l’impronta che Spinosi imprime alle sue opere è quella di una perfezione perseguita e ottenuta. Però, si badi, forma e non formalismo è la cifra che serve a una lettura corretta del suo ostinato oggettivare. Queste sculture, Nidi e Foresta del presente o Sensi del passato, Libri oppure Nature Morte, e anche Santi pennelli, sino alle numerose Patocche – di cui più avanti voglio ancora dire –, aspirano alla mimesi, cercano di essere oggetto. Ma anche questo è ciò che inizialmente appare. Poi, a lettura approfondita, ti accorgi e devi fare accorgere che il suo racconto passa attraverso il piacere di un modellare e tentare i diversi materiali; quindi all’interno del sistema scultoreo, ancorché egli eviti i materiali tradizionali, preferendo quelli del linguaggio delle avanguardie.Ma non c’è ostentazione, in tal senso, non sfoggio intellettualistico, non presunzione di idealismi tautologici… Anzi, la lingua di Spinosi è una lingua semplice, distinta nella sua formulazione, la senti e la accogli subito nel cuore come il canto di una musica che conosci pur essendo nuova, una musica che è simile a una ninna-nanna che conforta e non inquieta oltre la misura del lecito. Un po’ come una fiaba, che a tratti può intimorire, ma alla fine di sicuro rassicura. Qualche volta, poi, vi è il garbo di una discreta formulazione ironica. Ma affettuosa, gentile, anche amorosa. Non è questo il caso delle Patocche? Omaggio dichiarato a tutti gli artisti che Spinosi ha prediletto nel corso della sua passione d’artista. Opere amorose, eppure, mi si perdoni la parola troppo tonda, consustanziali all’artista di cui dichiarano l’appartenenza. Queste scarpe, pantofolose e un po’ da "albero degli zoccoli", povere per quel gusto di materiali da recupero, sostengono il peso del corpo d’opera degli artisti omaggiati. Basti ricordare quelle di Van Gogh, le straordinarie di Artemisia Gentileschi, le pittoriche di Savinio, le fantasmagoriche di Yves Klein… E via dicendo. Anche qui, nelle Patocche, Spinosi dispiega a volte il suo filo – che sia un filo conduttore è ormai chiaro e fuori discussione – che può divenire spinato, di raffia, di rame o da cemento armato, egli sembra avvolgervi le idee, i ricordi, i sorrisi come le lacrime di un tempo e della vita. Dunque un filo, un semplice filo, cos’è mai un filo? Con il filo le donne di tutti i tempi hanno cucito e costruito metafore, hanno dato il senso della vita e, Parche, hanno filato e infine tagliato. Quindi ecco cosa è un filo: metafora della vita, del tempo che gli umani si sono dati, e, sul versante negativo, dei lacci e laccioli da quali, spesso, è tanto difficile liberarsi per poi prendere, infine, il volo necessario alla crescita, alla nostra evoluzione.Ma Graziano Spinosi non tesse celle. Non so come egli riesca a non dare mai, con il filo di ferro, il senso della prigione. A dare, al contrario, un senso di libertà naturale, di territorio degli alberi e delle loro cortecce e degli uccelli e dei loro nidi. Natura non priva di mistero; anzi: tutta ricolma dei propri misteri: culla, nido appunto, boschetto adorno in cui trovare rifugio in ascolto di suoni del vento. Vento che ha in sé il segreto dei segreti e io lo immagino aggirarsi tra gli alberi di Spinosi, penetrare tra filo e filo, diffondere suoni di non chiara origine, sibili, schiocchi, sinfonia di strumenti a fiato. Ecco: poesia, dunque; ma per quale fonte essa scaturisca e prenda a scorrere non sapresti dire. Così, d’improvviso, un movimento subitaneo di esordio e ce l’hai davanti, chiara e leggibile, evidente in maniera impudica, eppure inesplicabile.

Arnaldo Romani Brizzi · Roma · Gennaio 2001