Archive for the ‘rassegna stampa’ Category

L’orizzonte tra materia e cielo

venerdì, agosto 5th, 2011

Non so come e attraverso quali vie Graziano Spinosi è approdato a Santarcangelo a cavallo degli anni 80, facendo da battistrada ad altri artisti che sceglieranno questa città come luogo di residenza e di lavoro. Sta di fatto che un bel giorno vi arrivò e che il suo innesto fu un innesto riuscito, se siamo qui nella città clementina dopo più di 20 anni a ricostruire la sua storia. Quest’uomo ha un carisma e una capacità di attrazione fuori dall’ordinario. Il suo luogo di origine è Gambettola. Cosi come Fellini vi si recava per andare a trovare i nonni, Graziano vi ritornava spesso per andare a trovare i genitori, cui era legatissimo. Un legame che a me piace sottolineare, perché forse parte da lì la sua forza, perché sono gli affetti il nutrimento dei veri artisti. E artista a tutto tondo sicuramente Graziano Spinosi lo è, come dimostra il suo curriculum di pittore e scultore di fama internazionale. Un artista che oggi ha il suo atelier a Orsoleto, in un vecchio mulino, dove lo incontro e dove intendo incalzarlo con una serie di domande.

Qualche anno fa un artista che tu conosci, Aldo Mondino, soggiornò a lungo a Calcutta, in India, per "impastarsi" con l’ambiente. Tu sei appena tornato da Istanbul. Mi vuoi dire cosa rappresenta per te il viaggio, compreso quello "in stabilitate" che, alla fin fine non e tanto un cambiar casa ma un altro modo di muovere la mente?
Ogni viaggio sollecita la mobilità del punto di vista sulle cose, sulla propria vita, sul mondo. Credo che oggi chi ha scelto di fare arte debba confrontarsi con il fenomeno della globalizzazione, che è nei fatti. Santarcangelo è come un porto, per me. Da qui salpo spesso (e com’è bello ogni volta tornare); sento il bisogno di partire per compiere viaggi in luoghi che mi permettono di mettere alla prova la mia identità e confrontarla con altre, talvolta molto forti, per poi ritornare con più ampie possibilità di aperture, di nuovi sguardi. Istanbul, per esempio, non è solo la porta dell’Islam, per noi, ma lì è dove l’oriente con la sua luce, i suoi colori, ancora indissolubilmente legato all’occidente. Un viaggio però non è necessariamente un moto, piuttosto un attraversamento. Si possono percorrere miglia e miglia senza spostare di un solo grado il proprio asse ontologico oppure viaggiare lontanissimo, restando immobili. Si viaggia sempre dentro, e per questa ragione bisognerebbe imparare a viaggiare per sottrazione; verso il silenzio, verso l’intangibile.

Tu insegni a Ravenna all’Accademia di Belle Arti. Immagino anche che ci siano dei temi che ti stanno particolarmente a cuore. Se è cosi, me ne vuoi parlare?

Mi stanno a cuore i temi di carattere ontologico, le domande e i dubbi che ogni essere umano ha dentro dall’infanzia alla vecchiaia, dalla grotta di Lascaux ai nostri giorni. Penso ad esempio all’orizzonte, un tema -ma vorrei dirti un luogo- tra i più cari. I nostri avi abitavano il mondo insieme a questo compagno di viaggio che li aiutava comprendere che la vita e la morte sono un tutto unico. La civiltà contemporanea separa la morte dalla vita, la notte dal giorno, la terra dal cielo. Eppure la visione della volta celeste, col suo passaggio di stelle, è stata la più importante esperienza condivisa dagli esseri umani prima della televisione. Il corso monografico che ho proposto ai miei allievi lo scorso anno accademico aveva per titolo Il Cielo.

Tu sei ormai un artista maturo, in grado cioè di individuare nel proprio percorso delle tappe significative. Ci fu un momento in cui privilegiavi un lavoro artigianale. Mi riferisco al periodo in cui fabbricavi con le tue mani calzature immaginarie per alcuni artisti da te particolarmente amati. Un lavoro raffinato e poetico, oggi oggetti rari da collezionista. Anche se è arbitrario dire che questo stato uno spartiacque, mi vuoi dire cosa c’è stato prima?

Non ho mai lasciato il lavoro artigianale. Lavoro artigianale per me significa mestiere, bottega, tempo. Ogni opera ha un suo tempo di gestazione (rivoltarla nella mente nove mesi, diceva Filarete) e di realizzazione. È tempo lento, fatto anche di attesa. Cosa c’era prima mi chiedi? Le stesse domande, gli stessi dubbi. Non mi sento mai alla fine di un percorso: in ogni opera sono scritte le coordinate geografiche di quella successiva. Sempre.

C’è anche un dopo. E dopo incontriamo lavori di grandi dimensioni. I materiali usati sono materiali forti, come il ferro, che tu addomestichi con grande maestria. Sembra che al di là della resa formale, che tende all’astrazione, tu abbia sentito il bisogno a un certo punto di domare questi materiali come farebbe un domatore con un animale. Tu addomestichi qualcosa di selvatico e di gentile, vicino allo spirito della terra in cui sei nato e in cui hai deciso di vivere, dimorando e amorando.

Con la materia non ingaggio mai una lotta titanica, anche quando le dimensioni sono grandi. In lei c’è già tutto e io lascio solo che possa essere quello che già in potenza è. Questo atteggiamento nasce dal tempo della pazienza. La cura per le cose muove anche dalla consapevolezza della loro fine. Forse cosi posso interpretare quel bellissimo "amorando" che è per me sinonimo dell’aver cura di. Che sì, è un gesto antico legato anche alla mia terra; alla cura che la mia gente metteva nella sua terra.

In certi schizofrenici, quando arrivano a fare qualcosa, sia che si tratti di pittura, scultura o di costruzioni deliranti, per loro sono queste cose che tengono luogo di loro stessi, una specie di funzione vicaria: si mette al posto di. È così anche per te, o è diverso?

Le cose più importanti le ho scoperte quando mi sono perduto, e ancora dopo averle perdute.

Ci sono persone che restano in sofferenza oltre la tomba perché non sono riusciti in vita a costruire la loro immortalità. Tu a che punto sei?

Non lo so ma sono qui, adesso. So che sono qui una volta sola e che la mia consapevolezza di esserci è sempre più legata alla possibilità di afferrare la vita con le mani, attimo dopo attimo, contro l’oblio che è la vera morte. L’attimo è l’eternità… non diceva cosi Goethe? Uno tra i beni più grandi dell’infanzia è la capacità di partecipare a ogni istante. E anche l’insegnamento più autorevole che abbia mai ricevuto.

Qualche volta un’opera non è niente, è un pezzo di spago. Un bastone, uno spago, un fil di ferro o un pezzo di giornale, ed ecco uno spazio di vita che ti delimita. Non credi che gli artisti si complichino troppo la vita per dire ciò che hanno da dire?

C’è un vecchio secchio, nel giardino della mia casa, sempre colmo d’acqua piovana. Il tempo e il caso soltanto si occupano di lui. Sulla sua superficie sono visibili i resti di una vita operosa, un’altra vita, affiora il colore tra le crepe della ruggine. Il suo orlo è come una bocca guastata ma il vento, qualche volta, increspa la sua piccola pozza e allora sembra contento.

Ugo Amati ·  La Voce · 18 agosto 2008


Non solo pubblicità: consigli per acquisti da fare ad arte

venerdì, agosto 5th, 2011

Oggetti di uso quotidiano trasformati in opere.
Con titoli nati da giochi di parole su spot e marche.
A Siena va in mostra il nostro immaginario collettivo.
Provocazioni? No, capolavori molto quotati.

Consigli per gli acquisti fuori dagli schemi. Pompelmi che non si mangiano né si spremono, fatti come sono da pompe+elmi (titolo che è un gioco di parole colorato di giallo); Candyde, una "y" al posto della "j" usata da Voltaire per un assemblaggio di lavatrici Candy, chewing-gum profumato di fragola che non si mastica ma finisce come tessera di mosaico a formare facce e personaggi; Arbre Magique, l’abete profumante, che non si può più appendere allo specchietto dell’auto, perché è tornato a fare il suo mestiere, nella foresta. Sono solo alcuni degli esempi più divertenti e provocatori delle opere d’arte (quotazioni di mercato da un minimo di 1500 euro a una media di 5000 e anche di più) esposte a Siena per Ipermercati dell’arte, il consumo rappresentato, contestato a cura di Omar Calabrese (da domani al 9 gennaio, con la collaborazione di Achille Bonito Oliva, François Burckhardt, Laurent Busine, Max Hollein. Catalogo Silvana Editoriale).

Se siete tra quelli che passano il sabato e la domenica concentrati nella spesa intelligente, tra i banconi dei supermercati, leggendo prezzi e date di scadenza, prendetevi una vacanza, fate una sosta. Dirigetevi verso Siena e riflettete con ironia sul legame quasi filiale che si avvince alla pubblicità. Siamo cresciuti a pane e spot, comunichiamo con tempi delle interruzioni pubblicitarie, beviamo e ci viene il sospetto che potremmo saltare leggeri come piume; prepariamo uno spaghetto e ci chiediamo se siamo a casa nostra o in Giappone, non ci facciamo un Crodino da anni ma ogni tanto ci sembra di aver visto un gorilla entrare al bar. Fossimo artisti, avessimo una creatività da sfogare saremmo anche noi tra i nomi di spicco dell’antologica senese: quarant’anni di giochi artistici ispirati dai prodotti che consumiamo. «Ho pensato a questa mostra per due anni e mezzo», racconta Omar Calabrese, «A dicembre lo schema era pronto: riunire insieme creazioni e installazioni delle migliori firme, italiane e straniere, che negli ultimi quarant’anni hanno rielaborato gli oggetti di consumo di massa. Lo scopo? far riflettere, ma in allegria. La pubblicità anestetizza, addormenta, placa. Noi, con l’aiuto dell’arte, vorremmo fare aprire gli occhi a chi li tiene volutamente chiusi. Partiamo da una frase di Friedrich Nietzsche: "Qui vedrete cose banali che vi parlano di cose inaudite", proseguiamo con un’altra di Salvador Dalí: «In questo mondo anche la merda può passare purché sia carina", tenute insieme dal "compro dunque sono", dell’artista americana Barbara Kruger ["I shop, therefore I am"]».
Distribuite tra Palazzo Pubblico, Palazzo delle Papesse, Santa Maria della Scala le 150 opere vanno viste a distanza ravvicinata. «È importante leggere il titolo di ogni opera, perché gli artisti giocano con le parole come farebbe Umberto Eco. Sono un po’ artigiani e un po’semiologi» Oltre ai Pompelmi di Vittorio Brocadello, al Candyde di Silvio Pasotti, anche il Margigiano reggiano di Claudio Maccari, una forma di parmigiano realizzata a mano in marmo, la Poesia Maccheronica di Claudio Francia che su maccheroni fissati su tela scrive versi in libertà. Egli di Adriano Tetti con caratteri di Esso, la benzina Exxson, tradotta per assonanza senza che mai nessuno, dopo oltre mezzo secolo, abbia mai pensato che stava facendo il pieno con Egli.
E ancora Giovanni Albanese, che crea tubetti di melanina e anti-melanina per diventare bianchi (Michael Jackson) o neri (Nino Ferrer, Vorrei la pelle nera). Gente che lavora con materiali insoliti in officine gigantesce, piene di macchinari per tagliare il ferro, lavorare la plastica, piegare il neon: gente che sperimenta solo dopo aver disegnato su carta il modello da realizzare. Molti lavorano come pubblicitari, alcuni come designer, vivono di contratti con le industrie, con le società di pubblicità che studiano slogan per il cliente di cui conoscono lo stile di vita e le possibilità economiche. Ogni tanto però tutti loro mettono la testa fuori dal circuito, respirano un po’ di ironia, si interrogano: «Viviamo per comprare o compriamo per vivere?». Una generazione di artisti buonisti che non rompono le fila, non tirano uova marce e pomodori al padrone, ma si fanno una risata liberatoria e cercano di far sorridere anche noi, in un tranquillo weekend sottratto all’economia domestica. «Ho un solo rimpianto: l’assenza di Kounellis, impiegato nella grande mostra di Atene», confessa Calabrese, altrimenti non manca nessuno: Claes Oldenburg, Andy Warhol, Paul Davis, Mimmo Rotella, Giacomo Manzù, Arman, César, Nam June Paik, Mimmo Paladino, Piero Manzoni, Vettor Pisani, Christo, Tony Cragg, Fabrizio Plesi, Daniel Spoerri, Wolf Vostell, George Brecht, Aldo Mondino, Ben Vautier e moltissimi altri. Più i pezzi realizzati per l’esposizione, (Antonio Miralda, Vedovamazzei, Michel François, Braco Dimitrijević, Minerva Cuevas, Fabrizio Plessi).

Rossella Sleiter ·  L’Espresso · 2004


Il consumo dell’arte

venerdì, agosto 5th, 2011

Dalla Pop Art ai giorni nostri: quarant’anni di
"oggetti" artistici presi in prestito dai supermercati.

Una grande mostra a Siena, dove i protagonisti sono abiti, lampadine, bottiglie e merci varie…

A volte i sogni si realizzano, basta una sigaretta fumata al momento giusto e una scatola di fiammiferi. Non una qualunque certo, ma una scatola che riproduca sulla confezione una poesia, e allora, si, è un concerto di emozioni: il cerino si infiamma, le labbra filtrano una boccata di fumo e gli occhi si immergono nella bellezza incendiaria dei versi. Illuminazione totale, rinascita. E si capisce anche che un sogno così possa averlo fatto un uomo straordinario come Majakovskij, in un’epoca straordinaria, l’inizio del Novecento, in cui gli artisti e gli oggetti di consumo si guardavano ancora con reciproca curiosità, sfidandosi alla pari, nel desiderio comune, di rivoluzionare il mondo. Era infatti l’artista a reinventare l’oggetto e a nobilitarlo: un orinatoio trasformato in fontana, una ruota di bicicletta che gira a vuoto e un vetro in frantumi che assorbe la polvere e racconta, come suggerisce Marcel Duchamp, di astronavi e deserti fantastici. Ma appunto, il vetro è già in frantumi. Basta poco e l’incanto si rompe, squilibrio di forze e il gioco cambia. E si fa duro, molto duro, come racconta la splendida mostra «Ipermercati dell’arte», aperta fino al 9 gennaio a Siena e curato da Omar Calabrese, in collaborazione con Achille Bonito Oliva, quindi François Burckhardt, già direttore del Centre Pompidou di Parigi, Laurent Busine, alla guida del Muso del Grand Hornu, e Max Hollein, responsabile del Museo Shaarja di Francoforte.

Non solo Andy Warhol. Di pari prestigio le opere esposte, 150 firmate da nomi noti e giovani talenti, da Andy Warhol a Joseph Beuys, da Piero Manzoni a Mimmo Rotella, quindi Christo, César, Jiri Kolar, Nam June Paik, Aldo Mondino, Barbara Kruger, Maddalena Ambrosio e a sorpresa anche Oliviero Toscani. Ma soprattutto prestigiose e illuminanti sono le sedi della mostra, ben tre. Un numero non a caso, segno minimo della stabilità per sopportare il peso degli ultimi quarant’anni di produzione artistica internazionale, e dicendo «produzione» siamo già vittime del sistema e del suo linguaggio da industria pesante. Ma ad aiutarci a rientrare in noi e a capire il senso storico di ciò che abbiamo davanti agli occhi interviene la bellezza antica e saggia dei centri espositivi: i Magazzini del Sale, il Palazzo delle Papesse, e il complesso di Santa Maria della Scala, appena restaurato, meta che di per sé vale un viaggio a Siena. Il perché di questo triumvirato espositivo è presto detto. Ogni sede infatti rappresenta un modo diverso di confrontarsi con il linguaggio e gli oggetti della cultura di massa: dialogo, ironia, contestazione.

Laura Leonelli · Grazia eventi · 2004


Il filo dell’arte: Graziano Spinosi

venerdì, agosto 5th, 2011

È un momento particolarmente favorevole, quello attuale, per Graziano Spinosi. Per il quarantaseienne artista di Santarcangelo si stanno infatti avvicinando alcuni eventi espositivi di grande visibilità e significato. Il primo di questi appuntamenti è in programma per oggi a San Marino in occasione della inaugurazione della nuova sede di Asset Banca che ha acquisito due sue opere della serie Wire. Si tratta di opere realizzate per l’occasione che, come ricorda il titolo, rimandano al concetto di filo, legame, flusso di energia, comunicazione tra parti. Dunque i fili di ferro, oppure le barre di metallo che compongono le opere congiungono idealmente due punti cardinali diametralmente opposti, puntando alla rappresentazione di un orizzonte misurato e composto, spesso dimenticato o perduto. È una ricerca sul silenzio e la sosta che lo spazio di Asset Banca mette in risalto insieme al concetto di congiunzione tra arte e architettura. Così che le opere si integrano con lo spazio che le contiene e di cui potrebbero essere il prolungamento naturale. Le barre di acciaio satinato delle opere, infatti, riprendono direttamente il materiale di cui è costituita la facciata della banca, mentre gli intonaci delle opere dialogano con quelli degli ambienti.
In rapida successione si susseguiranno esposizioni a Siena, Roma e Zurigo. Nella città toscana prenderà parte, con ben undici opere, alla mostra "Grandi magazzini dell’arte" curata da Omar Calabrese. La mostra, che si articolerà tra Santa Maria della Scala, Palazzo delle Papesse e Palazzo Pubblico, indagherà il rapporto tra arte contemporanea e cultura di massa.
A Roma, alla fine di ottobre, Spinosi parteciperà ad una prestigiosa collettiva allestita in occasione del quarantennale della galleria "Il Segno" fondata da Angelica Savinio, mentre in novembre sarà presente con una personale alla fiera di Zurigo con la galleria di Ursula Huber.

Il Corriere di Romagna · 16 settembre 2004


Spinosi e l’equivocità degli oggetti

venerdì, agosto 5th, 2011

Successo per la mostra allestita alla Loggia dei Balestrieri
L’artista usa il dubbio come metodo di indagine e di ricerca
Presto la partecipazione alla Biennale d’arte Aldo Roncaglia

Ultimi giorni a San Marino, presso le Logge dei Balestrieri, della personale di Graziano Spinosi. La mostra, che ha registrato la presenza di numerosi visitatori, ha anche suscitato l’interesse della critica e degli addetti ai lavori. Da qui l’invito all’artista di Santarcangelo a partecipare alla Biennale d’arte Aldo Roncaglia (insieme, tra gli altri, a Luciano Minguzzi, Ivan Thiemer, Simon Benetton, Graziano Pompili) in programma ad ottobre alla Rocca Estense di San Felice sul Panaro, e l’invito ad essere presente con una personale alla prossima Arte Fiera di Bologna. Il tondino di ferro e l’intonaco sono i materiali che Spinosi utilizza per le proprie opere, bidimensionali o tridimensionali, opere a parete o sculture anche di dimensioni sorprendenti. Le prime, quelle che vanno a costituire la serie Wire, hanno una marcata prevalenza grafica e paiono partiture musicali. Le seconde, ovvero le opere che compongono la serie dei Nidi, invadono lo spazio ridefinendo le relazioni ambientali con sculture che paiono ventri pulsanti. Spinosi, con questa mostra sammarinese, conferma di avere elaborato un personale linguaggio espressivo che alla poetica "fredda" dell’oggetto minimalista preferisce la suggestione "calda" di un riferimento mimetico dal doppio senso iconografico. Da un lato vi è infatti un’accurata preoccupazione formale, la fattura impersonale, l’autonomia dell’oggetto in sé compiuto, la trattazione di aspetti intimamente plastici; dall’altro lato vi è invece l’indagine dei motivi, dell’equivocità come principio operativo, del dubbio come metodo di indagine e di ricerca. Così che, diversamente da tanti "nuovi" scultori che esaltano la flagranza oggettiva dell’entità primaria della materia metallica, in Spinosi si delinea come sfida a neutralizzare, con la perizia degli antichi maestri fabbri e alchimisti, quelle proprietà di renitenza, inerzia, gravità che la materia ferrigna ostenta, opponendosi alla elementarità e leggerezza del gesto umano. In ciò, la sua volontà di concretezza ha l’umiltà di tutta la grande arte, segretamente ambiziosa, ma serenamente sottomessa all’impegno quotidiano, pur di giungere al risultato dell’opera.

Il Corriere di Romagna · 27 giugno 2002


Esposizioni da non perdere

venerdì, agosto 5th, 2011


Graziano Spinosi

Logge dei Balestrieri
Repubblica di San Marino
Fino al 30 giugno

Questo scultore bolognese di 44 anni, che vive a Santarcangelo di Romagna, che insegna a Ravenna, all’accademia di Belle Arti, «ha elaborato un personale linguaggio con cui transita dalla bidimensionalità alla tridimensionalità passando frequentemente da una pratica all’altra con continue contaminazioni ed esplorazioni reciproche». Così viene presentato, e per conoscere in concreto il tratto e il mezzo del suo lavoro, sappiate che usa il ferro e l’intonaco; lo «stile» è dato da una «materia nuda e armata nello stesso tempo». Se, come è scritto, quegli elementi sono «inestetici», la sfida ha una precisa estetica: quella di una materia riformata e di uno spazio invaso da sculture «primitive», ma anche solenni, eleganti, con una loro forma di respiro intimo. Sono i suoi Nidi che «si offrono a un desiderio emotivo, protettivo, tattile».
Giancarlo Papi parla nel catalogo di «una specie di neoplatonismo», di una «volontà interna alle cose che vuole tendere alla perfezione della forma»; la sfida sempre in corso potrebbe essere questa: «far sì che le leggere, deboli, disarmate virtù contemplative dello Zen entrino in simbiosi con la pesantezza del ferro e la resistenza dell’intonaco».

Diario · 14 – 20 giugno 2002


Tra intonaco e tondini di ferro, Spinosi ridà forma alla materia

giovedì, agosto 4th, 2011

Da sabato alle Logge dei Balestrieri di San Marino

Tondini e fili di ferro che si piegano e si contorcono in forme naturali; l’intonaco che esalta i valori di superficie nelle estensioni orizzontali. Sculture che prendono i nomi di ‘Nido’, ‘Foresta’, ‘Wire’ che alludono alla natura. Sono le opere di Graziano Spinosi che occupano fino al 30 giugno le Logge dei Balestrieri della Repubblica di San Marino. Nato a Bologna, residente a Santarcangelo, docente all’ università di Ravenna, Spinosi in questa occasione presenta i lavori più recenti che si connettono direttamente alle precedenti esperienze, aprendosi però ancor di più ai valori intimi e introspettivi dell’essenza umana e a quella della natura. Da sempre infatti nelle sue sculture la materia messa in evidenza nel suo essere evoca un mondo fatto di sentimenti e di vitalità che non hanno niente a che vedere con i puri e semplici dettami formali e plastici. Il ferro non nasconde la ruvidità della superficie, impreziosendosi dei giochi coloristici delle ossidazioni; l’intonaco si contrappone nella sua candida essenza intaccata da asperità e imperfezioni. La materia è lavorata non per emulare carni o linfe vegetali ma invoglia comunque ad un approccio tattile ed empatico. Con le sue deformazioni, i suoi grumi, le sue irregolarità sembra contenere a stento una forza vitale, forza primordiale che appartiene alla terra come all’uomo che la manipola, unendo il gesto creativo alla fecondità femminile, diventando grembo materno primordiale.
La mostra è accompagnata da un catalogo che contiene le riproduzioni delle opere e un saggio di Giancarlo Papi. Si può vedere tutti i giorni tranne il lunedì dalle 13 alle 19.

Paola Naldi · La Repubblica · 6 giugno 2002